• Sara Robin

punti deboli


Una strategia che utilizziamo tutti in generale in qualsiasi aspetto della nostra vita è quella di individuare punti di forza e debolezza per saper definire chi siamo.

Sapendo definire chi siamo possiamo decidere come e se lavorare su questi punti per evolvere e raggiungere un ipotetico obiettivo.

Volendo uscire per un momento dall'ottica performante in cui è quasi inevitabile incappare, mi chiedo: è davvero così funzionale dividere meramente il proprio stato in punti di forza e debolezza? Essere consapevoli di ciò che si sa fare bene sicuramente è fondamentale per muovere dei passi con una certa serenità, ma continuare ad etichettare ciò che si sa fare meno bene, o proprio male, come un punto di debolezza non porta forse ad avere un approccio altalenante, demotivato o conflittuale verso il punto stesso?


Qualche giorno fa a lezione ho introdotto il termine "punto duro" in sostituzione a "punto debole" proprio perché notavo come la fatica reiterata nella risoluzione di una difficoltà, identificata come punto debole, stesse demotivando la persona davanti a me anziché mostrarle l'opportunità di comprendere perché quella difficoltà fosse ancora lì, cosa poteva imparare, quindi, da quel nodo duro a sciogliersi. Le nostre resistenze parlano della nostra storia, della nostra verità, chiamarle punti deboli fa prendere loro ancora una volta il sapore amaro di qualcosa di inadeguato, di mai abbastanza, di sbagliato. Se viste come punti duri invece, acquisiscono una forza vitale che ha solo bisogno di essere compresa, rielaborata e direzionata a nostro vantaggio verso nuove vie.

“Dal punto di vista del funzionamento, il cervello umano è davvero un apparato molto semplice. Siamo noi a complicarci la vita fornendogli istruzioni errate.” P. Borzacchiello


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